L’OPINIONE DI

Bertolino Enrico

A cura della Redazione di MR

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Nato a Milano nel 1960. Dopo la laurea all’Università Bocconi inizia la sua attività nel settore bancario, nella divisione Coordinamento Risorse, Marketing e Sviluppo Prodotti Finanziari in Italia e a Londra.

La sua carriera artistica comincia tra il 1996 e 1997 anni vincendo alcuni prestigiosi concorsi per giovani comici. Nel 1997 debutta sul grande schermo con il film Incontri proibiti con Valeria Marini per la regia di Alberto Sordi. Nel 1998 arriva sul piccolo schermo e prende parte a diversi programmi televisivi tra cui: Mai dire gol e Quelli che il calcio (Raitre). Diventa un volto riconosciuto e un personaggio di riferimento nel mondo della comicità, che porta anche a teatro con diversi spettacoli: dal giugno 2016 è in tournée con il format Instant Theatre spettacolo in cui narrazione, attualità, umorismo, storia, costume, cronaca, comicità, politica e satira si incontrano.

All’intensa attività artistica Enrico Bertolino affianca da sempre un’attività professionale nella quale si occupa della formazione sulla comunicazione e della spettacolarizzazione di eventi formativi e conventions aziendali.

Sappiamo che lei è un esperto di divulgazione. Quale potrebbe essere una possibile campagna mediatica che la nostra società scientifica (SIMFER) potrebbe fare a favore del mondo della disabilità? In qualità più di fruitore di media, quali social network o blog e generalmente nel mondo web, più che come esperto, personalmente mi piacerebbe che la comunicazione fosse diretta, immediata ed ironica, nei limiti del possibile dato l’argomento. Un esempio recente si riferisce alla fiction “Ognuno è perfetto“ trasmessa da Rai 1 e che si occupa e tratta della sindrome down in modo leggero ovvero narrando una storia, ma nel contempo divulgando messaggi positivi ed informando il pubblico circa gli ostacoli ed i pregiudizi che chi vive da anni quella realtà da vicino (e non nella fiction). Un suggerimento dunque è quello di parlare chiaro per avvicinare, incuriosire e informare il pubblico spesso disattento vero le tematiche della salute e della disabilità fino a quando non ne è coinvolto personalmente o con la propria cerchia di familiari.

Secondo lei oggi i media rappresentano in maniera efficace le tematiche della disabilità? Quali sono i pro e i contro. Sempre secondo me, in altre parole secondo il giudizio personale condizionato dal proprio gusto e dall’educazione ricevuta, i pro della rappresentazione mediatica sono legati alla maggior diffusione e velocità con cui i social media ma anche quelli tradizionali possono “divulgare e recapitare” messaggi ad un pubblico sempre più vasto e prima escluso o irraggiungibile. Nel pro comunque sta anche la matrice del contro, ovvero raggiungere chiunque, senza un adeguato filtro mediatico o un’informazione coerente e capillare, potrebbe essere un boomerang mediatico; ovvero far in modo che tante persone vengano raggiunte da un messaggio che non capiscono o che travisano poi per finalità proprie e lontane da quelle originarie di sensibilizzazione al tema e di conseguente maggior consapevolezza nell’affrontarlo.

La comicità può essere un veicolo di sensibilizzazione di queste tematiche? Più della comicità pura, che deve sempre tener presenti i limiti della stessa su tematiche come la sofferenza, la disabilità ed il disagio sociale, credo che siano la leggerezza dell’ironia e la sagacia le due strade percorribili con cautela ma anche con allegria, se poi le stesse doti sono unite ad una spontaneità naturale (il caso di Bebe Vio lo certifica) l’effetto di cassa di risonanza può senz’altro essere un grande aiuto per la causa.

Sappiamo che lei sostiene una iniziativa benefica in Brasile. Ci dice di cosa si tratta? Il lavoro svolto dal 2004 in Brasile con la fondazione Vida a Pititinga, ci ha permesso di sostenere progetti di inclusione che hanno coinvolto anche ragazzi con disabilità (una ragazza tetraplegica che partecipa a lezioni di capoeira con gli atri ragazzi ) anche se la realtà sanitaria locale è altamente deficitaria nel pubblico, abbiamo trovato molto sostegno nelle comunità, ed il messaggio penso sia valido e riproponibile anche per noi laddove non arriva lo Stato lo Stato diventiamo noi.

Quale messaggio pensa di poter dare ai fisiatri italiani? Semplicemente di continuare ad essere il baluardo a cui si aggrappano spesso i loro pazienti, ed a cui si rifà la tradizione di questo nostro tanto vituperato Paese, che però ha nel suo DNA la solidarietà, l’aiuto reciproco ed il sostegno per chi ne ha bisogno. I fisiatri rappresentano per me i pompieri della salute e della forma fisica, ovvero spesso non ci si accorge della loro utilità e della loro fondamentale funzione, fino a quando non si ha bisogno di loro. Fate sapere a tutti che ci siete e che siete nella parte migliore della collettività.

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