LE TESI DI TESIO

“Le tesi di Tesio”: il commento di Roberto Iovine

Roberto IOVINE

Direttore SC di Medicina Riabilitativa, Direttore del Dipartimento Interaziendale di Riabilitazione AUSL di Bologna

Scarica in PDF

Sono onorato che Tesio mi abbia invitato a discutere le sue “Tesi” e lo ringrazio per la considerazione che mi dimostra. Ottempererò al compito come so e come posso, da clinico, senza millantare una profondità del pensiero filosofico che non possiedo.

Dice l’amico Tesio: “Star male e aver male. Superare la dicotomia per fare un buon fisiatra”, ma perché non alzare il tiro? La sua dotta disquisizione, esito di un lungo processo di studio e di riflessione sui temi complessi ma molto attuali iniziata ormai diversi anni fa, è, come sempre accade con lui, straordinariamente interessante. Però mi sono chiesto: perché limitarsi alla nostra specializzazione? Perché non ambire addirittura a fare un buon “medico” tout court? Sono convinto che ci sarebbe bisogno di allargare queste riflessioni a comprendere tutte le variegate espressioni specialistiche del mondo medico (e della salute in genere).

Io credo, con Cosmacini, che quello del medico sia un mestiere e non una professione. Cosmacini afferma che la “medicina” esiste solo nel momento del rapporto del medico con il suo paziente e quindi ha dell’atto medico una visione molto pragmatica, tipica del bravo artigiano piuttosto che dello scienziato teorico. In effetti è palese che non esista una “scienza medica” propriamente detta e che l’artigiano si avvale delle conoscenze mutuate dalle scienze di base (chimica, anatomia, farmacologia, psicologia, sociologia ecc) per usarle nell’atto di “curare” il proprio paziente.

La medicina è quindi un atto istantaneo che nasce nel momento della sua applicazione pratica.

Corollario di questa visione è l’enfasi che si deve obbligatoriamente dare alle competenze comunicative che il medico deve possedere per instaurare un rapporto utile e costruttivo con il paziente. La capacità di ascolto e di comprensione empatica dello stato di sofferenza del paziente dovrebbe far parte del bagaglio culturale del medico, insieme alle competenze più strettamente tecniche e professionali. Il riduzionismo positivista di inizio 900 è stato indubbiamente utile alla conoscenza dei meccanismi biologici e clinici delle malattie e attraverso la specializzazione della ricerca in diverse branche (nasce in quegli anni la distinzione, ad esempio, tra neurologia e psichiatria). Non per niente però questo approccio si definisce “riduzionismo” nel momento in cui frammentando l’originale approccio olistico al malato lo riduce ad “oggetto biologico”, “collage” di organi più o meno funzionanti in una visione quindi riduttiva della persona. Nell’arco della mia vita professionale ho assistito ad un progressivo svilimento del nostro mestiere, essendo l’approccio “specialistico” arrivato sino alla creazione di compartimenti stagni fra i professionisti, ognuno dei quali concentrato sul proprio specifico sapere e sordo alle istanze più generali della persona. La ricaduta estrema di questa concezione è infatti la deriva verso una medicina “prestazionale”, che valorizza e si concentra solo sulla singola manovra diagnostica o terapeutica dimenticandosi che quell’organo fa comunque parte di una persona e che l’obiettivo del medico è la presa in carico della persona che soffre per una “malattia” (organica o sine materia che sia). Far comprendere ad un interlocutore il proprio stato di sofferenza è difficile: Sacks ci fa riflettere su quanto sia difficile comunicare anche la sensazione soggettiva di un colore ad un’altra persona: il rosso che vedo io, quanto è simile al rosso che vede Luigi o Maria Grazia?

Mi sembra centrale, e non potrei proprio non fare questa citazione, l’apporto del movimento legato alla Evidence-based Medicine a questi temi. Rispetto alle elaborazioni dei primi anni, le riflessioni più recenti vanno verso una visione che valorizza enormemente il giudizio clinico. Nonostante le critiche dei suoi detrattori, dichiarare che le evidenze scientifiche (quindi l’approccio scientifico sottolineato da Tesio) costituiscono la base su cui fondare un rapporto di comunicazione (leggi: ascolto empatico) del proprio paziente, insieme al quale poi prendere la decisione clinica finale, valorizza enormemente il ruolo del medico. Il medico torna ad essere centrale nel momento in cui, prendendosene la responsabilità, affianca il paziente nella decisione con il suo giudizio e, se richiesto, anche con il suo parere soggettivo.

Tornando al tema suggerito da Tesio, mi piace molto la riflessione sulla “intangibilità” della disabilità, che è l’oggetto ed il motivo della esistenza del fisiatra. Noi ci occupiamo di persone che per i più svariati motivi non sono più autonome: è noto che il livello di autonomia è imprevedibile perché non correla con la diagnosi della malattia originaria, essendo una conseguenza di motivazioni complesse di origine individuale, legate alle personali aspettative e desideri, al contesto famigliare ed ai determinanti sociali dello stato di salute. Da qui la necessità di introdurre le “scienze sociali” nel bagaglio formativo del medico, non fosse altro per adeguarlo ai tempi delle erigende “case della comunità” in cui gli aspetti sociali della salute saranno ben presenti.

Una delle cose che non mi stanco mai di sottolineare con i miei allievi e collaboratori è che non dobbiamo mai sminuire lo stato di sofferenza di un/una paziente, anche se si presenta con la solita “cervicale” sine materia. La sofferenza soggettiva del paziente va presa in carico, sempre e comunque e va soprattutto rispettata, anche se a noi appare determinata da una condizione minore o trascurabile. Non facendo così rinunciamo al nostro mandato di medici che è comunque e sempre prenderci carico della sofferenza del paziente, anche se, come sottolinea Tesio, “… la medicina riabilitativa cura quasi tutti ma non guarisce quasi nessuno”. È necessario sottolineare che la differenza tra un medico ed un buon medico, a parità di competenze tecniche, dipende dalla disponibilità personale e dalle capacità empatiche di ascolto.

Mentre scrivo queste note mi telefona una paziente chiedendomi di essere vista perché “…mi sento stanca, i muscoli non mi reggono, ma i medici dicono che non ho niente e che è tutto psicologico…”; lo stato di sofferenza è evidente dal tono della telefonata insieme al senso di sentirsi “colpevole” di non avere una alterazione degli esami diagnostici e formulando una chiara richiesta di aiuto. Vedrò la mia “signora Rosina” e cercherò, come dice Tesio, di scoprire il “punto di attacco migliore”, sapendo che il nostro obiettivo è “far sta meglio il paziente”.

Bibliografia

  • Giorgio Cosmacini. Il mestiere di medico. Cortina Ed. 2000. ISBN: 978-8870786552
  • Giorgio Cosmacini e Roberto Satolli. Lettera a un medico sulla cura degli uomini. Laterza 2003 ISBN: 9788842069232

»

image001
Si precisa che gli articoli non sono riproducibili senza l’approvazione dell’editore: per qualsiasi riutilizzo con scopi commerciali o promozionali, è necessario richiedere opportuna quotazione scrivendo a shcmilan@springer.com Gli articoli pubblicati sul sito sono fruibili in base all’attribuzione CCBY NC ND. Visualizza il testo completo della licenza

© 2024 Springer Healthcare Italia s.r.l.