L’opinione di

Rosolino: “Le persone con disabilità sono più forti di noi”

Intervista in esclusiva per MR a Massimiliano Rosolino, nuotatore e medaglia d’oro olimpica

A cura della Redazione di MR

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La Redazione di “MR – Giornale Italiano di Medicina Riabilitativa” ha avuto l’opportunità di incontrare Massimiliano Rosolino, nuotatore plurimedagliato che ha scritto la storia del nuoto italiano nel mondo. Nel 2000 è stato campione olimpico a Sydney nei 200 metri misti, per confermarsi il più forte al mondiale dell’anno successivo, in Giappone, a Fukuoka. Atleta sensibile e attento nei confronti delle persone con disabilità, è stato testimonial del Corso FISPES (Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali) per guide ad atleti non vedenti. In questa intervista ci siamo confrontati con lui sui temi della disabilità, dell’infortunio nell’atleta e dell’attività riabilitativa finalizzata al ritorno all’attività agonistica. 

Il nuoto è nuoto, anche se esistono diversi “stili”. Eppure qualcuno parla di uno sport “diverso” solo perché praticato da persone con disabilità. Lei cosa ne pensa?

Per me il mondo dell’acqua è uno solo, l’amore per l’acqua è soltanto uno. Ognuno deve trovare il proprio stile per sentirsi a proprio agio. Quando una persona entra in acqua deve essere felice, ma quando esce deve sentirsi ancora più contento. Questa è l’A B C del nuoto. Non credo ci sia il problema legato alla disabilità. L’acqua è l’unico ambiente sportivo e umano dove l’assenza di gravità ti fa veramente stare “al passo” con tutti. Quello più bravo ha gli stessi limiti di quello che sta ancora imparando.

In una Sua recente intervista ha dichiarato “Mai visto differenze tra disabili e normodotati. L’unica è che loro sono più forti di noi.”. Quale “forza” raccontano le storie sportive di questi atleti, secondo Lei?

I ragazzi che ho avuto la fortuna di conoscere sono ragazzi molto seguiti, che hanno trovato un equilibrio. Perciò lo sport è formativo, non è soltanto un momento di svago. Questo è un aspetto molto importante. Se lo sport aiuta me tutti i giorni, pensa a cosa può fare per un ragazzo incompreso. Così come io non pretendo di insegnare a mia figlia a nuotare, servono operatori in grado di prendere in mano la situazione. Conosco ragazzi con disabilità fisiche che competono in campionati italiani, mondiali e paralimpici. L’allenatore con loro è più esigente. La disabilità richiede una capacità di adattamento più forte, perciò loro sono più pronti. Ciascuno di loro deve affrontare un problema e lo sa superare nel migliore dei modi.

In una carriera fatte di tante vittorie e qualche sconfitta, qual è il modo migliore per affrontare la sconfitta?

Ciascuno di noi dovrebbe indossare una maglietta con scritto “Amo la sconfitta”. Perché la sconfitta ti rende più forte, ti fa capire che veramente vuoi raggiungere l’obiettivo e che hai gli strumenti per raggiungerlo. Se non l’hai raggiunto fino ad ora ci sarà sempre una motivazione. La motivazione è la spiegazione principale che uno ha dentro.

Alcune settimane fa è andato in visita all’Ospedale San Camillo di Roma per incontrare Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore rimasto vittima dei colpi di pistola di due aggressori. Cosa ha voluto comunicargli con la Sua visita?

Parliamo di forza. Quando lo rivedo in video rimango ancora colpito. Non mi sembra possibile che un ragazzo sia venuto in un’altra Città per far la sua fortuna nel mondo acquatico e adesso non cammina più. Eppure non l’ho mai visto arrabbiato. Sono andato a trovarlo, speravo di trovare meno gente possibile. Avevo piacere di rivedere una persona del mio ambiente ma soprattutto, da genitore, incontrare un figlio che deve trovare una seconda strada. Mi colpisce la sua forza, soprattutto adesso che lo vedo lottare tutti i giorni per raggiungere l’indipendenza. Lui dopo solo 30 giorni era già in piedi. Alcuni giorni fa, per un programma televisivo, ho conosciuto un ragazzo non vedente, si chiama Federico, diventato non vedente all’età di cinque anni per un tumore. Federico all’età di sei anni ha partecipato a un camp estivo con bambini normodotati. Adesso vive da solo da anni, studia, prende le metropolitane e gli aerei. Perciò sono più forti di noi: non manderei mia figlia di sei anni in un camp estivo con persone che non conosce; così come non manderei mio figlio a vivere da solo in una Città che non conosco neppure io. Invece queste disabilità, li rendono più forti.

La carriera di molti atleti è spesso purtroppo travagliata da infortuni ed eventi che compromettono i risultati e, talvolta, impediscono il ritorno all’attività agonistica. Quale deve essere, secondo Lei, la migliore modalità per affrontare l’infortunio? Cosa ricercano gli atleti nello staff di riabilitatori che è chiamato a riaccompagnarli all’attività agonistica?

Prima di questa intervista stavo facendo una seduta di fisioterapia. Io sono uno che si è sempre preso molto cura di sé. Mi piace andare a 1000, ho sempre spinto in palestra e in vasca. Non mi sono mai fermato. È successo solo un paio di volte per un dolore lombo-sacrale, che mi ha fermato per un paio di giorni rispetto alle 10mila ore per avere successo. Prima di tutto un atleta deve essere forte ed estremamente determinato. Un dolore è una spia che si accende. Il fatto di affiancarsi di professionisti è importante, anche nella routine quotidiana, anche per me che non sono più un atleta. Non mi curo solo quando ho un problema, ma lo faccio molto prima. Il segreto è questo. Il futuro è questo: non andare a curarsi soltanto. Poi, nel momento in cui dovesse succedere, è necessaria una pianificazione, per questo mi affido all’allenatore e alla mia “regina della fisioterapia”, Valentina. Bisogna avere pazienza, affrontare le cose con il sorriso ed essere attivi.

Esiste in Italia, per l’esperienza che ha avuto, un’adeguata organizzazione sanitaria che si occupi del reintegro dello sportivo alla performance agonistica dopo infortunio?

Tutto si può migliorare. Non ho avuto grossi infortuni; questo significa che ho sempre lavorato bene nella prevenzione. Conosco amici che corrono le maratone e ragazzi che si sono infortunati nuotando: non c’è un protocollo preciso per il recupero dopo l’infortunio. Non è come nella squadra di calcio, dove possono riferirsi a uno staff che il segue direttamente. Per atleti di altre discipline, che riscontrano problemi più sporadicamente, è più difficile fidarsi dell’equipe dei riabilitatori. Sarebbe importante raccogliere più dati clinici possibili, in particolare nel mondo del nuoto, dove c’è poca numerosità statistica. Ad esempio, le spalle dei nuotatori sono molto delicate e, dopo un intervento, è difficile ritornare alle condizioni precedenti.

Lo scorso mese di settembre è stato testimonial del Corso FISPES (Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali) per guide ad atleti non vedenti. Cosa può raccontarci di questa Sua esperienza accanto a giovani atleti con disabilità?

È stato meraviglioso. Li ho conosciuti tramite un mio amico, Stefano Ciallella, ex-nazionale dei 3000 siepi, e guida ad atleti non vedenti. Mi è capitato di vedere l’immagine di un ragazzo di sei anni che correva con lui e mi sono chiesto se ci fossero molte guide per questi atleti. Ce ne sono molte, ma sono pochissime rispetto ai tanti ragazzi non vedenti che non riescono a fare una pratica sportiva. I bambini devono poter correre: è la cosa più naturale del mondo. Per questo ho sposato appieno questo progetto, che mi ha permesso di conoscere ragazzi di 6, 13 e 18 anni, ciascuno con un differente approccio alla corsa. La sensibilità che hanno loro, una volta che hanno fiducia in te, è pazzesca. Anche per questo sono più forti: si affidano totalmente a te che, in quel momento, diventi la loro voce e i loro occhi. Mi fa piacere che questa iniziativa abbia avuto un buon successo. La cosa principale è dare l’opportunità a tutti di poter praticare uno sport, senza trovare mai un “limite”.

Messaggio ai fisiatri: cosa pensa di dover dire a chi per professione si occupa di disabilità?

Il lavoro del fisiatra è certamente sottovalutato; infatti non tutti sanno di cosa si occupa il fisiatra. La verità è che ciascuno di noi deve imparare a conoscervi e ad affidarsi a voi medici. Ad esempio, mia mamma in 12 mesi ha subito due interventi di protesi di anca e ginocchio: mi sono da subito affidato ai fisiatri, prima e dopo l’intervento. È importante parlarne e informare. Proprio come stiamo facendo con questa intervista.

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