TELEMEDICINA E TELERIABILITAZIONE

Salute Futura: nuove competenze per rispondere a nuovi bisogni

Cristina POZZI

CEO & Co-Founder Edulia, Dal Sapere Treccani

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La scrittura scomparirà. Impareremo le lingue ingoiando una pillola. Potremo sposarci con i robot. Le auto si guideranno da sole. L’ufficio non esisterà più. Ci saranno sempre più umani che vivono nello Spazio (ci sono già quelli che vivono sulla Stazione Orbitale Internazionale dopo tutto, no?). Prima del 2050 gli algoritmi di intelligenza artificiale avranno superato in modo radicale l’intelligenza umana. Avremo allevamenti di cavallette di quartiere a fini alimentari. Tutti dopo morti avremo chatbot che continuano a dialogare con i nostri cari. Le case non avranno la cucina. Con le applicazioni delle neuro tecnologie cambieremo radicalmente il nostro modo di comunicare, di studiare e di informarci.

Quante volte sentiamo frasi come queste? Quando le sentiamo cambiamo il nostro punto di vista? Prendiamo decisioni diverse nella vita privata e sul lavoro?

La riposta è raramente.

Invece dovremmo prestare più attenzione al futuro, o meglio, ai possibili futuri che potrebbero riguardarci.

«Any useful statement about the future should at first seem ridiculous1».

Qualsiasi affermazione utile riguardo il futuro dovrebbe sembrare ridicola al primo sguardo.

Se alcune delle affermazioni sopra hanno suscitato in voi questa reazione siamo sulla buona strada. Sospendiamo per un attimo le nostre opinioni e proviamo a chiederci: cosa accadrebbe se fossero vere? Come cambierebbe il nostro mondo? Alcune previsioni, se dovessero avverarsi, avrebbero un potenziale dirompente, in grado di rivoluzionare il contesto di lavoro e di vita nel quale vivremo. Chiedersi oggi cosa accadrebbe se fosse così non solo è un esercizio che stimola la nostra creatività, ma è un’attività di grande utilità per il nostro presente.

Normalmente tendiamo a essere scettici sulle speculazioni relative a un futuro lontano, non ne sentiamo l’impatto né l’urgenza e dimentichiamo quanto invece una visione di futuro, fatta nostra, diventi una vera e propria guida pratica per tutte le nostre scelte.

Il futuro per noi esseri umani è un elemento fondamentale. Tutta la nostra psicologia ruota attorno al futuro. In base a ciò che ci aspettiamo che accada prendiamo decisioni e agiamo ogni giorno. Progettiamo, letteralmente, gettiamo avanti lo sguardo e simuliamo quello che accadrà successivamente. Ed è grazie a questa capacità che i nostri antenati sono stati in grado, ad esempio, di cacciare animali enormi se confrontati alla loro stazza: creando strategie, simulando una situazione e immaginando come sarebbe potuta andare, esercitandosi e preparandosi al meglio anche ai possibili imprevisti.

Il futuro è dunque utile. Ci serve perché il fatto di esplorare diverse possibilità ci permette di prendere decisioni più resilienti e di interagire con i possibili scenari che abbiamo di fronte: reagire agli elementi imprevisti e non controllabili, indirizzare gli elementi che possono essere cambiati grazie alle nostre azioni.

Una mente a prova di futuro

Ma se pensare al futuro e usarlo per decidere e agire è una caratteristica peculiare e tipica degli esseri umani questo non significa che lo sappiamo fare bene. Si tratta anzi di una competenza da allenare. Non a caso l’UNESCO ha dichiarato che la cosiddetta Futures Literacy è la competenza chiave da sviluppare per il XXI secolo. Ma cosa significa? Letteralmente possiamo tradurla come alfabetizzazione dei futuri, vale a dire la capacità di leggere e scrivere gli scenari futuri, di capire che impatti avranno sulle nostre vite e quale impatto possiamo avere a nostra volta su di essi.

Come si fa, dunque, a preparare la mente al futuro?

Possiamo individuare quattro passaggi essenziali:

  • immaginare,
  • esplorare,
  • condividere,
  • decidere.

Il processo è da intendersi come un processo reiterato e non lineare pronto a rimettersi continuamente in gioco e attento a ciò che accade attorno a noi. Anche per questo richiede alcuni elementi fondamentali: conoscenza, capacità di osservazione, creatività, empatia, etica. Vediamoli insieme:

Conoscenza e capacità di osservazione sono essenziali in tutte le fasi. Senza il processo rischierebbe di trasformarsi in un esercizio di fantasia. Gli scenari che immaginiamo devono basarsi su elementi individuabili nel presente e risultare plausibili anche se il processo li trasformerà in previsioni a prima vista incredibili. Allo stesso modo, nella fase decisionale conoscere il contesto e gli ambiti disciplinari coinvolti nello scenario diventa fondamentale per valutare da subito i possibili impatti delle nostre decisioni. Per l’esplorazione dei possibili scenari di domani è fondamentale una buona dose di creatività al fine di ampliare i nostri orizzonti e immergerci, con empatia, nella vita di chi sarà protagonista di quel futuro, comprendendone i bisogni, le preoccupazioni, i sogni. Anche per questo è importante condividere con altre persone ciò che si sta immaginando ed esplorando grazie a competenze di comunicazione e di relazione. Solo in questo modo possiamo portare più punti di vista che ci permettono di costruire visioni condivise e anche più facilmente realizzabili. L’intero processo, infine, è un processo di responsabilità che non può prescindere da una riflessione etica sugli impatti delle nostre scelte.

Riabilitazione e futuro

Se ci pensiamo la Futures Literacy e i suoi modelli possono venire utili anche nel campo della riabilitazione dove il futuro è un tempo fondamentale. Un progetto di riabilitazione è un progetto di futuro a tutti gli effetti e può certamente beneficiare del processo e degli elementi che abbiamo esplorato insieme. In questo caso si tratta infatti di immaginare come potrà evolversi lo stato del paziente, esplorarne gli impatti sulla sua vita e su quella di chi gli sta vicino, condividere il progetto con tutta la squadra che segue il paziente e con il paziente stesso e poi prendere una o più decisioni.

Proprio come quando si progetta il futuro anche in questo caso serviranno capacità di comunicazione, competenze relazionali e collaborative, capacità di rimettersi in gioco giorno per giorno in un processo reiterato.

Un modello di questo tipo, non solo è efficace, ma è anche un modello all’avanguardia che ben si adatta agli scenari futuri che si aprono in generale nel settore salute dal momento che mette al centro il paziente e apre un dialogo interdisciplinare basato sulla fiducia.

Medicina futura

Se guardiamo infatti alle tendenze in atto nel mondo della salute possiamo individuarne alcune fondamentali e delineare un possibile scenario nel quale le competenze citate diventano essenziali. Da un lato abbiamo i grandi trend demografici che ci suggeriscono un aumento dell’aspettativa di vita e un potenziale miglioramento della sua qualità anche in età avanzata, dall’altro quelli tecnologici e scientifici che ci pongono di fronte possibilità dirompenti.

Innanzitutto, cambiano gli strumenti che si fanno sempre più digitali, miniaturizzati, indossabili, automatizzati e virtuali (avatar, chatbot, simulazioni…). Inoltre, entrano in campo i Big Data e gli algoritmi di intelligenza artificiale utili sia in fase di diagnosi sia in fase di cura. A questo si aggiunge il fatto che la geografia della medicina si apre, con una tendenza alla globalizzazione con flussi di dati che fanno il giro del mondo con impatti legali, di privacy, e culturali non da poco.

Tutto questo accade anche perché e grandi aziende tecnologiche private entrano di prepotenza nel settore con soluzioni per il tempo libero e per la salute di utenti/clienti/pazienti che le mettono nelle condizioni di giocare un ruolo importante. Pensiamo al servizio Amazon Clinic lanciato da poco negli Stati Uniti per la telemedicina, agli investimenti di Google, Meta e molti altri nel settore biotecnologico. Come possiamo creare partnership tra pubblico e privato in grado di tutelare i pazienti e di creare sinergie in modo che i dati dei pazienti/utenti siano utilizzati per il loro benessere?

Una delle conseguenze più evidenti di queste tendenze è quello che possiamo chiamare il processo di decentralizzazione del punto di cura che dall’ospedale si sposta sul paziente, ovunque sia. Il paziente non solo ha a disposizione soluzioni portatili e digitali per monitorare il proprio stato di salute, ma diventa anche più consapevole e informato con tutte le conseguenze del caso.

Vivere e lavorare in un futuro di questo tipo significa mettersi nell’ottica di creare una vera e propria partnership con il paziente e con tutti coloro che prendono parte al suo progetto di salute. Se i pazienti sono snodi e luoghi di cura, solo comprendendo le loro necessità, i loro bisogni e i loro punti di vista mettendoli a parte del processo decisionale che li coinvolge possiamo davvero abilitare gli effetti positivi di questa rivoluzione.

Le decisioni che collettivamente prenderemo ci aiuteranno a disegnare il domani della salute e della medicina. È il momento di buttare lo sguardo più in là e iniziare un processo collaborativo per esplorare senza pregiudizi e con creatività le sfide future e progettare con empatia ed etica scenari non solo plausibili ma anche preferibili per la nostra società e per tutti i suoi membri.

Iniziamo da qui, osservando il mondo intorno a noi e immaginando come altro potrebbe evolversi la nostra realtà. Dopotutto, nessuno realizza un futuro che non è in grado di immaginare.

Bibliografia

  1. Jim Dator, professore emerito ed ex direttore dell’Hawaii Research Center for Futures Studies, Department of Political Science, e Adjunct Professor presso il College of Architecture, dell’Università delle Hawaii a Manoa; Co-Presidente e Core Lecturer, Space Humanities, International Space University, Strasburgo, Francia; Professore a contratto, Graduate School of Futures Strategy, Korean Advanced Institute of Science and Technology; Daejeon, Corea, ed ex presidente della World Futures Studies Federation. È redattore capo della World Futures Review. Ha anche insegnato alla Rikkyo University (Tokyo, per sei anni), all’Università del Maryland, Virginia Tech, all’Università di Toronto e all’InterUniversity Consortium for Postgraduate Studies di Dubrovnik, Jugoslavia.
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